Sulla disoccupazione giovanile l’Italia resta indietro

Nonostante alcuni decimi di miglioramento, la disoccupazione giovanile nel Bel Paese resta molto alta, da Nord a Sud, così come alta resta la distanza dal resto d’Europa che, a parte Grecia e Spagna, fa molto meglio di noi. Vediamo più nel dettaglio.

L’Europa è ancora un miraggio

I dati Istat più recenti hanno visto un leggero miglioramento della disoccupazione giovanile, che a marzo dello scorso anno è calata al 31,7% nei giovani tra i 15 e i 24 anni (-4,4% rispetto allo stesso periodo del 2017) e al 16& nei giovani tra i 15 e i 34 anni.

Ma franiamo l’entusiasmo, perché se guardiamo le medie del resto dell’Unione Europea, l’Italia resta molto indietro. Infatti la disoccupazione giovanile nel continente dal 2000 al 2018 ha mantenuto una media del 19,3% (dati Trading Economics) con un massimo del 24% nel 2012, e al 15,6% circa attualmente.

Inoltre, in Italia abbiamo un altro flagello: perché il lavoro aumenta, ma solo temporaneo. Infatti l’aumento di 190mila occupati tra il 2017 e il 2018 sia di giovani che di non giovani, si deve alla differenza di aumento di 323mila contratti a termine e alla diminuzione a 51mila contratti a tempo indeterminato.

Sono diversi i motivi di questa differenza generazionale, ma proprio questa enorme differenza col resto dell’Unione fa sorgere altre domande. Per esempio: perché la disoccupazione cala così lentamente solo da noi, non riducendo mai la distanza con gli altri?

Una delle risposte è legata (ovviamente) alla scarsa crescita del Paese, che si deve solo in minima parte ai residui della crisi economica. Infatti – come spiega anche Ilaria Maselli del centro di ricerca The Conference Board – la crisi è subentrata ad un fenomeno di stagnamento già in atto nel Bel Paese. Infatti se l’Europa è cresciuta del 2,6% nel 2017, il 2% in Italia non lo si vede da forse gli anni Novanta, ben prima della crisi del 2008.

Per quanto riguarda i contratti instabili (che prevalgono su quelli stabili) la causa va trovata nei tempi eccessivamente lunghi tra lo studio e il lavoro. Sono pochi gli italiani laureati che riescono a trovare un lavoro entro i tre anni dal conseguimento del titolo, decisamente in controtendenza conl’80% dei giovani laureati dell’eurozona.

E non è detto che l’attesa duri 3 anni, perché in alcuni casi la stabilizzazione può arrivare anche dopo i 36 anni. Questa fase di (troppo) lunga attesa viene in parte colmata con i contratti a termine che vengono redatti guardando al contratto finale. Quindi, se un laureato ci mette tre anni a trovare un lavoro stabile, in quel periodo fioriscono i contratti a termine e simili.

Bisogna cambiare

In Italia andrebbero cambiati proprio i parametri della disoccupazione giovanile, di cui si discute da tempo. Sembra non sia efficace un parametro che calcola i disoccupato solamente alla popolazione attiva (cioè chi non trova lavoro fra chi lo cerca) e limitandosi solamente alla fascia compresa tra i 15 e i 24 anni.

Ma i dubbi di questo parametri sono confermati quando si vanno a vedere i disoccupati totali, per eccesso e per difetto. Nel primo caso si indica che sui disoccupati totali, in Italia i giovani under24 sono l’8,3%. Nel secondo, si indica che il numero totale di disoccupati è cresciuto.

E a prescindere dalle basi, quelli tra i 15 e i 25 è passato dai 425mila del 2007 agli oltre 574mila del 2017. E considerando la fascia tra i 25 e i 34, il numero sale a 781 mila, per un totale di 1,2 milioni cui vanno aggiunti i 6 milioni del blocco successivo. In totale sono più di 7 milioni di giovani che non lavorano, anche quando si parla di “miglioramento” della disoccupazione.

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Michelle

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