Workaholik: ecco i disturbi dei dipendenti da lavoro. Come uscirne

Workaholik: dipendenza da lavoro, come curarla?

Se lavori per un numero eccessivo di ore, non pensi ad altro nemmeno a casa, il tuo partner si lamenta e non hai più una vita sociale; stai attento: puoi aver sviluppato una dipendenza pericolosa ed è ora di cambiare strada.

Si lavora da casa, in vacanza, a letto o nella vasca da bagno, senza riuscire a smettere. E quel che è peggio è che lo si considera un fatto del tutto naturale. E’ la sindrome da dipendenza da lavoro, una vera e propria malattia, tanto più insidiosa poichè spesso non viene riconosciuta. Anzi, in una società che esalta la realizzazione professionale, è scambiata per efficienza e dedizione al lavoro, suscitando consensi e ammirazione.

Si tratta, invece, si un disturbo ossesivo-compulsivo, classificato per la prima volta negli Usa negli anni Settanta e definito anche sindrome da workaholism (ubriacatura da lavoro), in quanto i comportamenti del workaholik richiamano quelli dell’alcolismo.

Fu lo psicologo Wayne Oastes a darne la prima definizione nel 1971 parlando di workaholic a proposito di una persona il cui bisogno di lavorare è talmente eccessivo da creare notevoli disagi e interferenze nell’ambito della salute, nella felicità personale, nelle relazioni e nel suo funzionamento sociale.

La malattia esordisce gradualmente. In genere, i primi ad accorgersene sono i familiari, mentre il soggetto colpito è inconsapevole di essere vittima di una dipendenza. La prima spia del disturbo è la mutazione caratteriale: il lavoratore compulsivo riduce progressivamente i contatti interpersonali, i rapporti sentimentali e le relazioni sociali e cerca di camuffare i suoi eccessi: «Sono andato in palestra», dirà per giustificare le dodici ore trascorse in ufficio.

Workaholik: chi sono i soggetti più colpiti

La dipendenza da lavoro è in aumento e a differenti stadi di gravità interessa il 25 per cento della popolazione. Colpisce soprattutto chi ricopre posizioni lavorative di responsabilità, come i liberi professionisti, che impiegano più ore ed energie per raggiungere obiettivi lavorativi e guadagni che garantiscano loro uno stile di vita conforme alle aspettative. Così, nelle personalità insicure, il lavoro diventa un involucro formale che maschera l’incapacità di vivere pienamente la vita psichica e le relazioni interpersonali. Il peso delle responsabilità, unito a una bassa autostima, sfocia in una ricerca ossessiva di riconoscimenti e apprezzamenti.

Il disturbo è più frequente negli uomini, anche se il numero delle donne è in costante crescita e riporta livelli di stress più elevati». I Paesi che contano il maggior numero di workaholics sono il Giappone (dove si lavora in media 60-70 ore a settimana) e gli Stati Uniti. Al punto che per sensibilizzare l’opinione pubblica, dal 1987 il Ministero del Lavoro giapponese pubblica le statistiche dei decessi per eccesso di lavoro. «Non sono solo le orelavorative a fungere da indicatore di dipendenza», precisa Guerreschi, «quanto la modalità di vivere il lavoro: non in armonia con i propri impulsi, emozioni e bisogni».

Sono come gli alcolisti, ma vengono ammirati

W.E. Oates coniò il termine workaholism da work, lavoro, e alcoholism, alcolismo, perché la dipendenza da lavoro e da alcol hanno elementi ín comune. Entrambe intaccano diversi ambiti della vita e presentano sintomi psicofisici come mancanza di appetito, malattie gastrointestinali, disturbi del sonno», spiega Guerreschi. La stanchezza cronica e l’ansia sono spesso mascherate dall’iperattività, con diminuita capacità di concentrarsi su un’unica attività e con il passaggio da un impegno all’altro a scapito del rendimento.

Con l’andar del tempo, come l’alcolizzato, il workaholic si isola e diventa malinconico o irritabile». «Il workaholism appartiene alla categoria delle dipendenze non legate a sostanze». Nel 1998, lo psicologo americano Bryan E. Robinson definì la dipendenza da lavoro the well-dressed addiction, la dipendenza ben vestita. poiché a differenza dell’alcolismo e dello “sballo” da droga, disprezzati dalla società, l’ubriacatura” da lavoro, ottenuta con una “droga” legale, suscita addirittura stima e ammirazione.

Conseguenze nello stile di vita

Il workaholic dilata sempre più i tempi e le energie spesi nelle prestazioni professionali, che diventano l’unica ragione di vita. Viene meno il confine fra casa e ufficio, vita personale e vita lavorativa, cosicché il soggetto trova naturale continuare a lavorare a letto, in auto o al ristorante. Gli hobby, il tempo libero e le vacanze vengono evitati e disprezzati alla stregua di perdite di tempo, così come le amicizie al di fuori della sfera lavorativa. «I comportamenti del workaholic sono caratterizzati dall’ossessione per la perfezione, l’ordine e il controllo a scapito della flessibilità, dell’apertura e dell’efficienza, andando a compromettere l’intero ambito socio-familiare. «La psicologa canadese Barbara Killinger sottolinea come l’ossessione per il perfezionismo culmini spesso nel narcisismo ed è indiscutibile che queste persone siano anche fortemente attratte dal potere e dal controllo».

… e sul piano fisico

Le conseguenze sul piano fisico sono elevati livelli di adrenalina uniti a stanchezza, forte irritabilità, ansia, depressione, cefalea e insonnia e nei casi più gravi possono insorgere tachicardia, aritmie cardiache, difficoltà respiratorie, tensioni muscolari e gastriti, senza contare i danni indotti dal ricorso a caffeina, nicotina e stimolanti vari per sostenere i ritmi di lavoro forsennati, talvolta a rischio di attacco cardiaco.

Tra le cause di divorzio

Un simile quadro non può che condurre al deterioramento della sfera familiare e affettiva. Uno studio dell’American Academy of Matrimonial Lawyers (Associazione statunitense degli avvocati matrimonialisti) rivela che il workaholism è una delle prime cause di divorzio. Risultato confermato da una ricerca condotta dallo psicoterapeuta e studioso statunitense Bryan E. Robinson su 326 donne, dalla quale emerge che soltanto il 45 per cento dei workaholic riesce a evitare il divorzio, contro 1’84 della popolazione generale. «La dipendenza da lavoro viene sostenuta e alimentata dalla nostra società, in particolare già a partire dalla scuola, dove i ritmi e i risultati che si richiedono agli studenti sfiorano la perfezione». In caso contrario, si devono fare i conti con il fallimento. Inoltre i mutamenti sociali hanno promosso una figura lavorativa impegnata, reperibile in ogni momento, anche a casa, grazie a Internet e ai telefoni cellulari. «Ciò ha favorito la frammentazione del concetto di lavoro e di posto di lavoro. Non sono poi da sottovalutare la disgregazione delle strutture sociali, prima fra tutte la famiglia, e il vissuto, i tratti caratteriali, le modalità di gestione dei conflitti e delle sofferenze e i livelli di autostima personali».

Rimediare si può: curare i disturbi di un workaholik

Il più importante centro mondiale di terapia e recupero dal workaholism è Workaholics Anonymous, nato a NewYork nel 1983 sull’esempio degli Alcoholics Anonymous (Alcolisti Anonimi). «È assolutamente necessario che il i workaholic, mediante una terapia individuale, colmi il vuoto che tenta di riempire con la sua dipendenza e rielabori il suo disagio. E’ infatti fondamentale che la persona si riappropri delle sue emozioni, riesca a sentirle e a comunicarle per poter lavorare sulla propria autostima. Nello  sviluppo e nel mantenimento della dipendenza non va nemmeno trascurata l’importanza dell’ambito familiare.

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Michelle

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