lavorare in uno zoo sarà ancora possibile in futuro?

Lavorare in uno zoo: tra passioni e problemi etici

Fino a poco tempo fa zoo e acquari erano soprattutto posti in cui portare i bambini per un pomeriggio di divertimento. Pochi si ponevano problemi etici mentre si trovavano davanti a una gabbia a osservare la tigre che si muoveva avanti e indietro. Oggi, invece, l’idea stessa di mettere in mostra animali selvatici è sotto accusa, sia da parte dell’opinione pubblica sia della comunità scientifica. Ne sappiamo molto di più su come vivano gli animali in zoo e acquari (e capiamo quindi perché quella tigre non smette di camminare): queste istituzioni devono quindi darci risposte convincenti quando dichiarano, per esempio, che tutti i loro animali hanno una vita lunga, sana e felice.

UN NUOVO PUNTO DI VISTA

Non molto tempo fa le collezioni di creature insolite ed esotiche degli zoo comprendevano anche esseri umani di altre culture. Ancora all’inizio del Novecento venivano esibiti degli africani: fra i più famosi ci fu Ota Benga, un uomo del Congo che fu catturato da mercanti di schiavi e portato negli Stati Uniti, dove venne messo in mostra insieme alle scimmie. Alla fine Benga fu liberato dallo zoo del Bronx, ma si tolse la vita pochi anni dopo. Negli anni Sessanta e Settanta gli zoo e gli acquari cominciarono a mostrarsi come luoghi didattici e di conservazione, ma in molti casi si trattò solo di un cambiamento esteriore.

Le gabbie e le vasche di cemento si trasformarono in “habitat”, i numeri fatti eseguire agli animali divennero “comportamenti” e i recinti degli elefanti furono decorati con immagini dell’Africa. La maggior parte degli zoo e degli acquari è rimasta a questo stadio. Le piccole gabbie sono state sostituite da aree più ampie che sembrano più naturali, ma i mutamenti hanno poco a che fare con quello di cui i vari animali avrebbero veramente bisogno per stare bene e si limitano all’aspetto esteriore. Oggi zoo e acquari devono vedersela con il fatto che la gente è più informata sulla complessità etologica e sociale degli animali e sulle caratteristiche psicologiche che condividono con noi. Abbiamo osservato delfini che si riconoscono allo specchio, scimpanzé addolorati, elefanti che si consolano a vicenda, corvi che creano utensili complessi, maiali che giocano ai videogame e pesci che diventano “amici” di altri simili. Caratteristiche come queste non solo ci permettono di riconoscerci in loro, ma chiariscono anche perché molte specie se la passano così male in cattività.

TRAGICI EVENTI

Negli ultimi anni abbiamo anche assistito a una serie di avvenimenti che hanno messo in evidenza i problemi affrontati da animali e uomini all’interno degli zoo e degli acquari. L’uccisione dell’addestratrice Dawn Brancheau da parte dell’orca Tilikum nel parco SeaWorld Orlando nel 2010 e film come The Cove – La baia dove muoiono i delfini (un documentario sulla caccia annuale a questi cetacei in Giappone sia per la vendita ai delfinari sia per alimentazione) hanno posto sotto i riflettori il settore dei parchi tematici, sollevando domande preoccupanti su quanto sia etico tenere rinchiusi delfini e balene in vasche di cemento e costringerli a esibirsi. Dopo la morte della Brancheau, l’Occupational Safety and Health Administration (OSHA) statunitense ha ordinato a SeaWorld di porre fine al “lavoro in acqua” degli esseri umani insieme alle orche durante gli spettacoli. Inoltre uno studio pubblicato dalla rivista Animals nell’agosto 2016 mostra che il comportamento aggressivo nelle orche aumenta quando vengono addestrate per esibirsi.

A seguito di pressioni dell’opinione pubblica, la compagnia circense statunitense Ringling Bros and Barnum & Bailey Circus ha presentato l’anno scorso il suo ultimo numero con elefanti; i loro undici pachidermi sono ora a riposo in una struttura in Florida. Negli anni Novanta sono state introdotte nel Regno Unito norme rigorose riguardanti il benessere di balene e delfini in cattività.

I delfinari attivi non erano in grado di conformarsi alle nuove regole e così hanno chiuso, ponendo fine all’intero settore britannico dei parchi di cetacei. Più di recente, le notizie sulle morti in giardini zoologici di varie parti del mondo — la giraffa Marius allo zoo di Copenaghen, il gorilla Harambe dello zoo di Cincinnati e l’orso polare Arturo del parco zoologico Mendoza in Argentina — hanno fatto parlare molto di questi animali, e a ragione.

Ci sono tre questioni centrali per il futuro degli zoo e degli acquari. Innanzitutto, il benessere di molti animali in cattività è scarso, soprattutto per quanto riguarda quelli più grandi, come delfini, balene, elefanti, orsi e felini. Una quantità incredibile di studi scientifici mostra che questi mammiferi di elevata intelligenza, complessi socialmente, abituati ad ampi spostamenti, che sono le principali attrattive di zoo e acquari, non possono vivere bene in cattività.

Elefanti e cetacei rinchiusi hanno una vita significativamente più breve e meno sana. Le orche, che negli oceani possono spostarsi anche di 160 chilometri in un giorno, mordono le sbarre delle vasche, consumandosi i denti fino alle radici. Gli elefanti, che in natura vagano per decine di chilometri al giorno, dondolano avanti e indietro.

I gorilla mangiano le loro stesse feci. E agli orsi polari vengono offerti ghiaccioli mentre deperiscono in climi caldi e umidi che sono l’antitesi della loro fisiologia.

In secondo luogo, gli sforzi concreti di conservazione da parte di molti zoo e acquari del mondo sono minimi. Malgrado ci sia stato qualche successo, come quelli conseguiti con il condor della California, il cavallo di Przewalski, il Gryllus campestris britannico e la Partula, un genere di lumache, non si tratta di specie di richiamo che attraggono i visitatori nei giardini zoologici. Inoltre, la maggior parte degli animali in cattività non viene mai reintrodotta nell’habitat selvatico. Quasi tutti gli elefanti che si trovano attualmente negli zoo europei sono stati catturati dal loro ambiente, il che aggrava, anziché migliorare, i problemi di sopravvivenza delle popolazioni selvatiche. Le reintroduzioni che hanno avuto successo, poi, si sono svolte in centri di cura e riproduzione, non negli zoo aperti al pubblico.

Per esempio, la Zoological Society di Londra è impegnata in numerose iniziative di conservazione in tutto il mondo, ma non è chiaro se l’efficacia di questi programmi sia collegata al fatto che si mettano in mostra animali selvatici. In molti Paesi ci sono restrizioni sulla reintroduzione di certe specie in ambienti naturali, e la percentuale degli incassi spesi dalla maggior parte degli zoo e acquari per i veri e propri progetti di conservazione impallidisce di fronte a ciò che si spende per migliorare l'”esperienza dei visitatori”.

In terzo luogo, zoo e acquari continuano ad affermare che vedere gli animali in mostra educa le persone sui valori della conservazione e promuovono le loro strutture come centri di conservazione che creano un “legame” fra i visitatori e gli animali. Eppure sono decenni che si vedono gli elefanti negli zoo, ma ciò nonostante sono sull’orlo dell’estinzione. Anzi, malgrado ci siano centinaia di milioni di persone che hanno visitato queste strutture, stiamo oggi assistendo a una estinzione di massa globale.

Non è ancora stato fatto uno studio scientifico che confermi che la visione degli animali negli zoo e strutture simili abbia un vero valore educativo a lungo termine. Al contrario, tutto fa pensare che vedere esemplari in cattività possa addirittura diminuire la preoccupazione per la conservazione di quell’animale. Parallelamente, le visite agli zoo e agli acquari stanno diminuendo.

Le azioni di SeaWorld sono state in bilico da quando, nel 2013, è stato presentato in tutto il mondo il film Blackfish (un documentario che racconta la drammatica storia dell’orca Tilikum, che in trent’anni di cattività ha ucciso più di dieci persone). Il loro valore è caduto in picchiata, dai 39 dollari del maggio 2013 ai 15,80 del dicembre 2014, insieme al numero di visitatori. Ancora oggi continuano a calare sia il valore dei titoli sia gli incassi.

UN NUOVO MODELLO

E allora che cosa possono fare queste strutture per avere ancora un senso nel XXI secolo? Dovranno soprattutto adeguarsi ai cambiamenti nel nostro rapporto con gli animali: non trattarli più come oggetti, non sfruttarli più, bensì andare verso una riconciliazione. Prima di tutto dovranno smettere di far riprodurre gli animali in cattività e di importare esemplari selvatici. La pressione da parte del pubblico ha spinto SeaWorld ad annunciare la fine della riproduzione delle orche nei suoi parchi in tutto il mondo, e le autorità degli Stati Uniti hanno già respinto la richiesta da parte del Georgia Aquarium di importare dalla Russia diciotto beluga catturati dall’ambiente naturale. Gli acquari dovranno porre fine agli spettacoli, che non hanno altro fine che intrattenere i visitatori.

Gli esemplari non dovranno essere costretti a esibirsi per essere nutriti. In secondo luogo, queste strutture dovranno impegnarsi per la cura degli animali. Molti acquari si occupano già di riabilitare e reinserire mammiferi marini spiaggiati e altre specie, e queste attività potranno porsi al centro dell’impegno didattico e conservativo. Infine gli zoo e gli acquari dovranno spostarsi verso l’unico modello che può veramente giustificarne l’esistenza: devono diventare riserve naturali. Una riserva autentica differisce da uno zoo o da un acquario in un punto fondamentale: mentre per un giardino zoologico la priorità è di dare al visitatore umano un’esperienza godibile, la priorità per la riserva è la salute e il benessere della fauna. Le riserve offrono ambienti più naturali e sono luoghi il cui obiettivo è di restituire agli animali molto di ciò che è stato tolto loro. Possono essere veramente istruttive perché non devono nascondere verità sgradevoli ai visitatori.

UN FUTURO POSSIBILE

Alcuni zoo più innovativi hanno già avviato il processo per trasformarsi da luoghi di spettacolo a veri centri di cura, istruzione e conservazione. Nel 2005 lo zoo di Detroit ha chiuso il recinto degli elefanti e ha trasferito i suoi due esemplari nella riserva della Performing Animai Welfare Society (PAWS) in California. Nel 201310 zoo di Toronto ha fatto lo stesso, affidando tre elefanti alla PAWS. Quest’anno il National Aquarium di Baltimora ha annunciato un progetto per creare una riserva in Florida o nei Caraibi per i suoi otto tursiopi. Parallelamente, il Whale Sanctuary Project, una nuova organizzazione senza fine di lucro, sta progettando la prima riserva costiera nordamericana per delfini e balene che vivono in acque fredde, adatta alle orche e ai beluga che attualmente si esibiscono nei parchi marini.

Un altro esempio di riserva evoluta è il Marine Mammal Center di Sausalito, in California, dove vengono accolti foche e leoni marini in una struttura modernissima da cui, quando è possibile, vengono liberati; il Marine Mammal Center organizza anche programmi di volontariato e di didattica per coinvolgere i non addetti ai lavori.  Ma persino adottando un modello non più basato sullo sfruttamento, zoo e acquari possono continuare a fiorire economicamente. Mentre gli animali vivono bene in un ambiente più naturale e rispettoso, i visitatori possono divertirsi con attrazioni interattive rese possibili dagli ultimi ritrovati della grafica computerizzata, delle tecnologie immersive e della realtà virtuale.

Paradossalmente, quindi, rinunciando a mettere in mostra animali vivi a favore di una maggiore tecnologia, queste strutture hanno modo di diventare più naturali e autentiche. Il modello per il futuro implicherà una fusione tra approccio aziendale basato sui profitti e motivazioni, obiettivi e modelli senza fine di lucro per la cura della fauna, la didattica e la conservazione. Lungi dall’avere un domani incerto, gli zoo e gli acquari che passeranno a questo modello più innovativo diventeranno delle guide culturali nel nostro rapporto con gli altri animali con cui condividiamo questo Pianeta.

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Michelle

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