L’arte della medicina

L'arte medica

La medicina è l’arte di guarire le malattie. Comprende qualsiasi espressione di difesa contro il male, da qualsiasi parte esso derivi, sia essa basata sulla osservazione empirica o sia frutto di osservazione, di interpretazione e di speculazione fatta per combattere le malattie, alleviamo i sintomi dolorosi e, in un modo o nell’altro, rendersi ragione dell’entità morbosa.

La medicina nell’età del ferro e del bronzo

Pertanto nel parlare dell’arte salutare si dovrebbe tener calcolo sia delle innumerevoli pratiche empiriche — che troviamo ancora presso i popoli primitivi, o nelle nostre campagne — sia delle pratiche stregonesche, sia infine di tutto il grande fardello di cognizioni, di esperienze, che formano il patrimonio della scienza attuale. Nell’uomo primitivo era radicato il concetto di guarigione, il concetto di lenire i propri dolori, il proprio male fisico: egli mette in pratica tutti i mezzi che l’esperienza gli ha insegnato per ristabilire il benessere perduto. Così egli si gioverà del freddo per mitigare il  fuoco interno che gli cagiona la febbre, ricorrerà alle varie erbe che guariscono le piaghe, a quelle che calmano e dominano lo convulsioni o alle altre che procurano il sonno benefico e riparatore. Testimonianze indubbie ritrovate nelle caverne o nelle pelatine, in Italia e altrove, ci dimostrano che nell’età della pietra dapprima, e successivamente in quella del ferro e del bronzo, l’uomo si giovava di sostanze derivanti dal regno minerale e da quello vegetale (piante, radici, frutti, semi. ecc.) per difendersi e curarsi dal malanni. Contemporaneamente pensava che le malattie provenissero dalla influenza di spiriti maligni o da castighi inviati dalle divinità per punirlo delle sue malefatte. Ed ecco che in pressoché tutte le religioni primitive si trovano pratiche curative: la funzione del guaritore era assunta dagli stregoni, dapprima, e dal sacerdoti poi.

Di qui strane cerimonie, sacrifici e pratiche talvolta crudeli sul corpo degli infermi. Certo che presso tutti i popoli dell’antichità il potere di curare e dl guarire gli ammalati veniva fatto derivare dalla divinità. E siccome in quel tempi ogni espressione della natura era divinizzata, ad ogni malattia si attribuiva la personalità di un demone. Pertanto il guaritore, che era in contatto con questi esseri soprannaturali, era circondato da una mistica aureola di sacralità, il suo sapere era dotato di qualità soprannaturali, ed il medico, sacerdote era posto al di sopra della media comune degli uomini. Allorché l’uomo divenne capace di giudicare che la natura gli poteva fornire i rimedi alle varie malattie, si arrivò al periodo in cui sia per esperienze eseguite, sia per osservazioni tramandate o dirette, l’uomo abbandonò almeno in parte l’Idea che la guarigione fosse dovuta ad Interventi soprannaturali: da cui la scissione tra medico e sacerdote. Vennero pertanto abbandonate le regole tramandata dalle civiltà caldea, assiro-babilonese e dell’antico Egitto, dove il potere di guarire il male dell’uomo era attribuito alla dea Iside. Presso gli Indiani, il Codice delta Legge di Manti, scritto in sanscrito e rimontante a ben 13 secoli avanti la nostra era, è una vera rivelazione di quella che dovette essere la civiltà indiana ed è la chiave che ci apre il segreto dl tutta la metafisica orientale. In esso il concetto della pulizia e dell’igiene è assai preciso, come pure l’istituzione del cimiteri, l’usanza del rogo e le leggi contro coloro che abusano delle bevande alcoliche od inebrianti. I malati, come i poveri, erano sotto la protezione dei bramine, che dovevano riguardarli come signori dell’atmosfera e raccomandarli specialmente alla protezione del re: concetto nobilissimo della pubblica assistenza. Con l’andare dei secoli si arrivò alla interpretazione naturalistica del fenomeni biologici e fisiopatologici per opera di Empedocle d’Agrigento e Alemeone di Crotone, per impulso dei quali. Inoltre, si procedette ai primi esperimenti biologici, al primi tentativi di indagine, e si stabilì che la salute corporale dipendeva dall’armonia e dalla proporzione, delle parti costituenti l’organismo. Al concetto medico biologico, si contrappose quello umorale propugnato da Ippocrate, che fondò la scuola di Coo, rinomata per la sua saggezza che è la saggezza che piace a Pitagora e a Socrate: il medico filosofo è uguale agli dei. E la scuola stabiliva tutti i particolari necessari per il contegno del medico in tutti i casi che si potevano presentare:  bisogna che esso abbia una certa urbanità, poiché la sgarbatezza respinge. Rifletterà a tutto ciò che deve fare prima di entrare dal malato. Una volta entrato, non dimenticherà la maniera dl sedersi, il riserbo, l’abbigliamento, la brevità dell’eloquio, il sangue freddo, la diligenza. ecc. Farà frequenti visite per porre rimedio a ciò che inganna nel cambiamenti, ecc. Se v’è da sovvenire un estraneo od un povero non deve esitare: perché là dove c’è l’amore degli uomini è anche l’amore dell’arte.

La medicina nell’antica Grecia e Roma

Ippocrate per formare i medici non aveva creato nè esami né titoli: gli bastava di aver colpito d’ostracismo tutti coloro che entrano tardi nella medicina dacché grande è la loro confusione, e le loro opinioni sono senza valore di fronte all’esperienza. E per esercitare con profonda cognizione di causa, obbligava i discepoli a fare con piena conoscenza il famoso giuramento del medico, che i secoli futuri non avrebbero mai più dimenticato.

L’Italia, anticamente abitata in gran parte dai Greci, concorse alla civiltà greca con le sue scuole filosofiche e mediche di Crotone, di Vola, di Locri, di Agrigento. La testimonianza che gli Etruschi conoscessero le virtù curative delle acque termali e del bagni, ci dice A. Benedicenti, potrebbe sfatare la leggenda secondo la quale gli antichi Romani furono per circa 600 anni senza medici e senza nozione alcuna di medicina. Certamente, almeno nel primi tempi la medicina romana consisteva in scongiuri, applicazioni di amuleti o preghiere, fatte dai sacerdoti o dagli auguri nei tempi e dedicate alle divinità. Si adorava la dea Angerona che presiedeva le malattie delle tonsille, la dea Scabies che sanava la lebbra, la dea Fessonia che curava le malattie del languore. Più tardi comparvero i templi dedicati ad Esculapio ed alle sue figlie Igea e Panacea, senza contare quelli degli altri del protettori della salute umana come Apollo, Minerva, Lu-cinsi. ecc. Questi santuari, che presso i Greci venivano chiamati Scabies, erano muniti di stanze di degenza.

Molto tardi la medicina filosofica greca penetrò tra i Romani, che man mano non disdegnarono di occuparsi dell’arte di guarire, e cominciò ad affievolirsi la poca considerazione in cui era tenuto tutto ciò che non era guerra, conquista e legislazione. Prima Infatti le varie arti, e con queste anche la medicina erano retaggio delle classi inferiori del cittadini. E’ celebre l’esortazione che ci è stata tramandala:  Lascia, o Romano, a loro tutte queste cure e non te ne dare pensiero. Tu attendi a reggere con l’impero i popoli. Queste sono le tue arti: Hae tibi erunt artes.

Intanto appare in Roma Gelano, nato a Pergamo nel 1291. Ai tempi di Galeno i medici convenivano in genere al tempio della dea Pace, dove si tenevano lezioni e conferenze. Esisteva peraltro anche un collegio medico: le visite erano passate nelle tabernae mediche, trasformazione degli jatreion greci, che corrispondevano ai moderni ambulatori. I medici si recavano a domicilio, spesso seguiti da un lungo codazzo di allievi, come ci ha lascialo scritto Marziale “Non avevo la febbre, ma mi toccarono cento mani gelate per tastarmi il polso e così mi é venuta la febbre. Né mancavano case di salute, che in genere erano costruite in luoghi ameni circondati da boschi di piante sacre o medicinali, per rendere l’aria più salubre: il lauro che era considerato la panacea di tutti i mali, il cipresso che era ritenuto capace di guarire la tisi, ecc.

I medici cercavano di conquistare la clientela soprattutto facendo, come si direbbe oggi, vita di salotto. Galeno fu ippocratico, ma riuscì a far dimenticare Ippocrate. dominando la medicina per circa 13 secoli. AI suoi tempi e per sua opera, in Roma si ebbe una organizzazione igienica sanitaria veramente mirabile per tutti i tempi. La sorveglianza alimentare, ad esempio, era scrupolosamente attuata ad opera degli edili; cadaveri erano sepolti fuori della città, i lupanari erano aperti soltanto di notte e sorvegliatissimi. L’aborto era severamente proibito: chi si macchiava di tale delitto era infamato e punito con la deportazione e la confisca di una parte dei suoi beni; i recidivi erano condannati all’estremo supplizio. Le terme furono la gloria dell’antica Roma, spesso erano costruite con gran lusso nel vari territori conquistati: famose sono rimaste le magnifiche terme di Caracalla. Gli ospedali funzionavano egregiamente, perché era molto coltivato il dovere dell’ospitalità, imposto dallo stesso Giove, che minacciava severi castighi a chi Io trasgrediva: la legge Agatha condannava i medici negligenti e ignoranti. Grande impulso ebbe dopo il sec. X la medicina per opera dell’arabo Avicenna, uomo eccezionale per la vestita e profondità delle sue cognizioni in ogni ramo dello scibile di quel tempo: ben 150 opere vanno sotto il suo nome. Ma il Canone é stata la sua opera più famosa, che per secoli venne considerata come uno testi fondamentali della medicina. Venne in seguito la medicina monastica o conventuale, nata dapprima per i bisogni del cenobio, ma che ben presto, seguendo i dettami dell’Evangelo, si estese fuori delle mura del convento per soccorrere i fratelli infermi. In tal modo il monaco infirmartes allargò la sua opera nel mondo laico, poiché non v’era nessuna regola che impedisse tale atto di carità, il quale oltreché obbedire allo spirito della carità cristiana, poteva procacciare anche un certo guadagno per gli Infiniti bisogni della comunità. Il popolo nel Medioevo soffriva per la penuria di medici, poiché le scuole di medicina erano rarissime, e tali da non permettere uno studio organizzato ed accessibile a tutte le borse, si che i pochi medici da esse formati facevano pagare un prezzo talmente alto per la loro opera che ben pochi potevano usufruirne. Molti poi non erano che dei ciarlatani, ossia medici che si erano improvvisati tali, e andavano in giro come ciarlatani da fiera, per nulla differenti dagli antichi profeti della prima epoca romana, in tal modo i monaci infirmaci — che se non altro avevano una preparazione fatta sui testi di Aristotile, di Galeno e di Avicenna — usciti dalla clausura cenobitica a prestare la loro opera In favore del mondo laico, dettero origine alle numerose scuole monastiche, che, sorte sul principio per il solo elemento interno, lasciarono a poco a poco infiltrare l’elemento laico, desideroso di apprendere il segreto dell’arte di guarire. Vennero però ben presto i divieti di esercitare l’arte di salutare fuori del cenobio. onde frenare gli abusi e la dissipazione che ne derivava ai vari monaci infirmaci.

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Michelle

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