L’architettura fluida di Zara Hadid

Anche se vi sono segni in anni precedenti, il fenomeno della continua trasformazione in architettura si afferma con il grande Frank O. Ghery, ideatore del famoso Guggenheim Museum a Bilbao, inaugurato nel 1997. Senza le nuove possibilità offerte da materiali speciali utilizzati negli ultimi anni e soprattutto dall’avvento della progettazione con la grafica computerizzata, tuttavia, sarebbe stato impossibile utilizzare forme anche topologiche nell’architettura.

Edifici che non si erano mai visti prima, che sembrano in perenne trasformazione, pur mantenendo le loro caratteristiche geometriche, topologiche appunto. Tra gli architetti più interessanti dal punto di vista topologico c’è sicuramente Zaha Hadid, nata a Baghdad nel 1950. Studia matematica e si laurea alla American University di Beirut. Nel 1972 si trasferisce a Londra ed entra in contatto con alcuni dei più importanti architetti. Inizia la sua attività che la porterà a vincere nel 2004 il Premio Pritzker, che in architettura equivale a un Premio Nobel. Nello stesso anno, sempre nella collana curata da Saggio, fu pubblicato il volume di Patrick Schumacher Digital Hadid, Landscapes in Motion.

Schumacher è il direttore e partner della Zaha Hadid Architects. E seguì i lavori per la costruzione del MAXXI a Roma. Le nuove tecnologie digitali e le nuove tecniche costruttive, unite alla utilizzazione in architettura di nuove forme mutuate dagli ultimi studi della matematica moderna e contemporanea, hanno profondamente mutato l’idea stessa di architettura.

Le idee e le geometrie innovative hanno contribuito a modellizzare l’idea di spazio in architettura. E il volume di Schumacher sulla Hadid ne è la prova. Tuttavia Zaha Hadid nel libro di Schumacher affermava di partire in ogni caso dal disegno: «Continuo a pensare che anche nei nostri ultimi progetti nei quali il computer è già presente, il disegno bidimensionale del progetto sia fondamentale… La cosa bella a proposito del disegno è che ci vuole molto tempo per realizzarlo e questo permette di aggiungere nuove idee che si sviluppano durante il processo». In altre parole, alla base di tutto, al di là delle nuove tecnologie e dei nuovi materiali, ci vuole la creatività dell’architetto. Avevo visto il libro di Schumacher, le realizzazioni visuali della Hadid e i primi progetti ma non ne ero rimasto particolarmente convinto.
MAESTRA DI “TRASFORMISMO”
Nel volume dei Burry viene citato, nel capitolo sulla topologia, il libro che scrissi nel 2003 sempre per la collana curata da Saggio, dal titolo: Mathland. From FlatIond to Hypersurfaces. In questo mio lavoro non era mai citata Zaha Hadid. Mi ricordai però di Schumacher e della Hadid quando vidi il loro progetto alla Biennale Internazionale di Venezia del 2008.

Per la sezione “Installazioni”, quell’anno, i due presentarono il progetto Lotus, diviso tra una sala delle Corderie dell’Arsenale di Venezia e i saloni della Villa Malcontenta, una delle costruzioni più famose del Palladio, realizzata nel 1558 sul fiume Brenta.

Partendo dalle rigide proporzioni geometriche di quest’ultima, mediante un algoritmo matematico, sono state realizzate forme che nel mezzo dell’ambiente edificato esistente, sia nella sala delle Corderie sia nella villa, propongono delle figure architettoniche che sono momenti di continua trasformazione delle linee classiche.

Trasformando le regole, si fece notare, «anziché rappresentare un sistema già addomesticato di norme interne, la sala Lotus (quella delle Corderie) seduce attraverso le pieghe dal ritmo ondulato, le sue esclusioni, la sua riconfigurabilità e la sua capacità di restare al di fuori delle categorie». Idee per gli architetti del futuro.

La Hadid aveva da tempo adottato il principio di una architettura fluida, variabile, instabile o, come viene chiamata, decostruttivista. Nel novembre 2009 venne inaugurato il nuovo spazio per l’arte e l’architettura contemporanee a Roma, il MAXXI. Progetto della Hadid, che spiegò: «Prima di tutto bisognava decidere se mantenere o meno tutti gli edifici esistenti. E una volta deciso, abbiamo iniziato a studiare le geometrie che li avrebbero sostituiti, se dovessero esse-re ortogonali, parallele o diagonali. Ciò che è apparso è stata una confluenza di linee di diverse geometrie.

Cosí è cominciato tutto ed è emersa un’interpretazione fluida dello spazio» La fluidità è una delle parole chiave dell’architettura contemporanea. E senza la topologia, la scienza delle trasformazioni continue, sarebbe stato difficile immaginare queste nuove forme. I nessi, i fili di Arianna della cultura nel corso degli anni hanno funzionato: nuove parole, nuovi significati, nuovi legami, nuove influenze, nuove forme, nuovi spazi. In un processo senza fine. In cui le idee della matematica sullo spazio sono parte fondamentale.

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Michelle

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