La situazione economica cinese

La situazione economica in Cina

Economia cinese: che succede?

La Cina negli ultimi anni ha fatto passi da gigante nella rincorsa alle grandi potenze economiche mondiali e si è imposta lei stessa come colosso industriale, al pari di altre nazioni con una tradizione più consolidata. L’enorme attività industriale cinese ha portato rapidamente il Paese a livelli di crescita insperati solo qualche decennio fa, che si sono ripercossi in un aumento delle condizioni di vita per buona parte della popolazione cinese.
Una crescita esponenziale che è seguita a un aumento della potenza della moneta locale, lo yuan, che ha acquisito una forza sempre maggiore fino a diventare una delle valute più importanti di scambio alle spalle del Dollaro e dell’Euro.
Gli analisti erano convinti che questa situazione, questa sorta di bolla che si era venuta a creare non avrebbe retto a lungo, portando in breve a una normalizzazione dell’economia che, per la Cina si sarebbe trasformata in un calo organico degli introiti derivanti dalle esportazioni, a causa dell’eccessiva presenza sul mercato.
In effetti, così è stato e già dalla seconda metà del 2014 la Cina ha iniziato a subire il colpo e a perdere terreno in ambito industriale e commerciale, fino alla decisione drastica adottata dalla banca centrale di ridurre il costo della valuta cinese.

La svalutazione dello yuan

La mossa cinese è arrivata a sorpresa: nessuno si aspettava un’azione simile, la più ingente da oltre vent’anni, e dopo un primo taglio di 1,9 punti percentuali è giunto il secondo in 24 ore, che ha tagliato la valuta di altri 1,6 punti percentuali, per un totale di -3,5% di svalutazione in poco più di un giorno. A guardarla dall’esterno quella della Cina sembrerebbe una mossa disperata nel tentativo di far volare l’economia d’esportazione ai danni di quella di importazione, con una logica, dunque, di taglio dei costi e incremento dei guadagni, ma gli analisti esteri sembrano convinti che alla base di tutto ci sia la voglia di cominciare una nuova guerra delle valute, spingendo tutti gli Stati a compiere la medesima mossa in modo tale da poter anche effettuare acquisti a prezzi di cambio più convenienti.
Infatti, una delle prime reazioni innescate dalla mossa cinese è arrivata dal Vietnam, dove il Governo ha svalutato la moneta locale aumentando la fascia di oscillazione per limitare gli impatti negativi.
Interpellati sulle loro mosse, i dirigenti del Governo Cinese e delle Banca Centrale hanno imputato la necessità di due tagli così ravvicinati alla mancata crescita industriale, o meglio a non raggiungimento degli obiettivi prefissati: a fronte di una crescita preventivata del 6,6%, infatti, la Cina è cresciuta solo del 6%: inaccettabile per un Paese che ha basato tutti i suoi sforzi politici e industriali sulla potenza industriale e sui tassi di crescita più alti del mondo.
Inoltre, dall’inizio dell’anno, gli investimenti interni ed esteri nell’industria cinese sono cresciuti dell’11,2%: agli occhi dei più può sembrare un valore più che buono, ma non per la Cina che non assisteva a una crescita così lenta dal lontano 2000.
Le preoccupazioni generali sulla mobilità del tasso di cambio cinese sono state smorzate dal Fondo Monetario Internazionale, che ha cercato di placare gli animi e di rasserenare le Borse parlando di un segnale positivo e incoraggiante da parte della Cina dei confronti dell’economia mondiale e degli scambi con l’estero.
Le maggiori perdite in Borsa, per quanto riguarda l’Italia, sono appunto avvenute tra i più importanti brand del lusso Made in Italy e tra i titoli automobilistici, dove la paura che il Gruppo Fiat perda ampie quote di mercato in Cina, piazza emergente e di grande forza per i piani societari, si sono fatte sempre più insistenti e preoccupanti.

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Michelle

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