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Jobs Act: la danza dei numeri

Come era prevedibile, Matteo Renzi si sta giocando una buona fetta di credibilità sul lavoro. Assieme alle tasse è questo il tema che più interessa agli italiani. La grande crisi ha bruciato milioni di posti di lavoro, lasciandosi alle spalle non solo le certezze di un tempo (il posto fisso, in primis), ma anche un esercito di disoccupati di non facile ricollocazione in un mercato del lavoro in continua evoluzione e che richiede oggi nuovi mestieri e competenze. Dopo i tanti annunci gli italiani si aspettano ora i fatti e risposte concrete.

Comprensibile l’attenzione sugli effetti del Jobs act, la legge che porta con sé la promessa di una nuova stagione del lavoro: una vera e propria rivoluzione copernicana che, nelle parole del premier, ha finalmente tolto ogni alibi alle imprese per tornare ad assumere. Eppure non è facile capire se il Jobs act stia davvero funzionando. E in effetti, mentre l’Istat certifica la persistente stagnazione del mercato del lavoro, il ministro Giuliano Poletti ha parlato di un vero e proprio boom dei contratti di lavoro stabili che, ovviamente, viene imputato a merito della riforma del lavoro. Di mezzo I’lnps, che confermerebbe comunque il successo dell’azione del governo di contrasto ai contratti temporanei al punto da istituire un osservatorio sul precariato per monitorare gli effetti di una riforma che pure, con la liberalizzazione dei licenziamenti, vuole decretare la fine del posto fisso e cioè l’idea novecentesca del lavoro stabile. Una vera e propria danza dei numeri, insomma, che invece di assegnare al monitoraggio il compito di fotografare in modo neutrale la realtà del mercato del lavoro finisce per alimentare, nella assenza di dati certi, la grancassa della propaganda e con essa quella contrapposizione tra fazioni che ha bloccato per anni il processo di modernizzazione del nostro Paese.

Il jobs Act ha davvero creato nuovo lavoro

Se è vero, come ha detto lo stesso Renzi al Meeting di Rimini, che l’Italia è rimasta ferma 20 anni, «impantanata nella permanente rissa tra berlusconismo e antiberlusconismo», quello che ora andrebbe evitato è un nuovo ventennio di liti, questa volta tra renziani e antirenziani, dove le bugie prevalgono sui fatti. Impresa invero difficile in un Paese come il nostro, spaccato a metà tra guelfi e ghibellini, fila non certo per quanto riguarda i dati del mercato del lavoro. Fermare la guerra dei numeri sarebbe infatti relativamente facile a condizione di accettare due punti ampiamente condivisi tra gli esperti del mercato del lavoro. Il primo è che riforme epocali, come il Jobs act ambisce a essere, richiedono anni per produrre risultati duraturi e consentirne una valutazione non condizionata da logiche di parte. Se Renzi è un vero statista e non un politico tra i tanti a caccia di una manciata di voti, lasci che il tempo sia galantuomo invece di reiterare mese dopo mese vuoti spot elettorali capaci di incidere sulla realtà del mercato del lavoro e sulla propensione delle imprese ad assumere quanto un tweet di 140 caratteri. Le elezioni saranno nel 2018, ha giurato, e allora si sieda pazientemente sulla riva del fiume e aspetti di vedere passare il cadavere dei suoi nemici: 3 anni sono più che sufficienti per dire se la sua riforma è un successo e per evitare, come accaduto negli ultimi 5 anni, di dover scrivere una nuova legge ogni anno perché delusi dai dati dei primi mesi di applicazione. Il secondo punto, più pratico, è quello di riconoscere che l’unico sistema di rilevazione dei dati del mercato del lavoro attendibile, e come tale riconosciuto anche a livello internazionale, è quello dell’Istat. Del tutto inutile è l’Osservatorio Inps sul lavoro precario e bene dovrebbe saperlo il suo presidente Tito Boeri, paladino di una modernizzazione del lavoro basata sulle tutele nel mercato (politiche attive e ricollocazione) e non più nel posto di lavoro. Inaf-fidabili, e largamente parziali, sono invece i dati del ministero del Lavoro basati sulla comunicazione di assunzione-cessazione da parte dei datori di lavoro del settore privato (escluso il lavoro domestico).
Lo dimostra il fatto che il ministro Giuliano Poletti, dopo aver annunciato un saldo attivo di ben 630 mila contratti a tempo indeterminato negli ultimi sette mesi, abbia dovuto fare una clamorosa marcia indietro, incalzato da una brava dottoranda di ricerca che scrive per Il Manifesto, ammettendo che in realtà le nuove assunzioni erano meno della metà di quelle comunicate. Fatte queste premesse, la risposta che gli italiani si attendono è presto data e la si trova nei numeri dell’Istat: il mercato del lavoro è praticamente fermo, cresce cioè di poco il numero di occupati. Troppo presto per parlare del Jobs act, abbiamo detto, ma non per certificare un flop dell’esonero contributivo per le assunzioni a tempo in-determinato. Una misura chiave a sostegno della fase di avvio del Jobs act, in vigore da otto mesi e oramai in fase di esaurimento, che non ha contribuito a creare un solo posto di lavoro in più pur a fronte di un costo reale che si avvicinerà ai 20 miliardi e di cui in parte manca ancora la copertura.

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Michelle

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