Che cos'è l'inviai e come nasce

Invidia: che cos’è e come nasce

>Si dice “verde d’invidia” perché il sentimento di rabbia, come si credeva un tempo, causa la secrezione della bile, di colore verde. Secondo Richard Smith, psicologo e professore all’Università del Kentucky (Usa), è un sentimento che mai ammetteremmo di provare: «Si tratta di un’emozione socialmente condannata da retaggi biblici che derivano dalla vicenda di Caino e Abele. È un vizio capitale. Esternarla significherebbe ammettere una nostra sconfitta e inferiorità». L’invidia, infatti, «viene vissuta spesso in solitudine ed è difficile da ammettere persino a noi stessi. È da notare che colui che invidiamo spesso non fa nulla per sottolineare la sua superiorità in quella determinata occasione e magari l’ha ottenuta pure con merito; ma più noi percepiamo ingiustizia e infondatezza, più l’insidia prende il sopravvento», dice Francesconi.

È infatti la nostra bilancia mentale, che determina che cosa è giusto e che cosa no, che ci fa scattare i cattivi pensieri. Per confermare questa idea, Smith ha messo alla prova un gruppo di persone mostrando loro un filmato che aveva come protagonisti due studenti. Il primo era un ragazzo normale, il secondo otteneva maggiore successo nella vita. Il video si concludeva con la scelta obbligata da parte di entrambi di lasciare gli studi. Al termine della proiezione, gli spettatori si erano mostrati soddisfatti per la sfortuna del ragazzo più popolare. Attenzione, però: l’invidia più accanita è quella che proviamo verso i nostri pari. Come spiega Smith, difficilmente proviamo insidia per Miss Universo o per Bill Gates: «Il meccanismo scatta quando è una persona che ci sta vicino ad aver ottenuto il successo, perché la nostra mente elabora il pensiero che potevamo e dovevamo essere noi a ottenerlo, tenendo in considerazio-ne che avevamo le stesse condizioni di partenza. È il caso, per esempio, di un fratello che prende un voto più alto nello stesso compito in classe. Sappiamo bene che non è colpa sua e che non è stato lui a impedirci di prendere a nostra volta un buon voto, ma nella mente il meccanismo di risentimento è già scattato».

Chi sono i più invidiosi?

«Coloro che sono stati educati in base al concetto che il raggiungimento dei propri obiettivi si basa sul confronto con gli altri. Per questo, i bambini cresciuti in questo clima hanno da adulti problemi di autostima e frustrazione per i risultati non raggiunti», afferma Rotriquenz. «Quando nell’infanzia si è abituati a essere confrontati con qualcuno che risulta sempre più bravo e costantemente criticati, spesso si cresce con la sensazione di essere inadeguati e nella convinzione che il confronto sia l’unica misura per affrontare le situazioni. Sì ai modelli, no ai paragoni che creano competizione non sana», precisa Reina. Da non confondere l’invidia con la gelosia: «La gelosia prevede una terza persona e si sperimenta quando si teme di perdere qualcuno o qualcosa che si possiede. L’invidioso, invece, tende a stabilire la propria identità sulla base di confronti in maniera oppositiva e non costruttiva. Se non si ritiene in grado di raggiungere lo status dell’invidiato, non trova altre soluzioni per colmare il distacco se non quella di disprezzarlo, sminuirlo e augurargli il male», prosegue Francesconi.

Non solo gli esseri umani provano invidia: in base a una ricerca condotta sulle scimmie dallo psicologo John Portmann dell’Università della Virginia (Usa), i primati che durante l’esperimento ricevevano un chicco d’uva invece di una fetta di cetriolo venivano isolati dagli altri, che mostravano un atteggiamento aggressivo: «Anche noi uomini non ci accontentiamo e se qualcuno ottiene più di noi; tendiamo a pensare in modo negativo, anche se non ha fatto nulla di male. Come le scimmie dell’esperimento, se non possiamo ottenere il meglio, non ci accontentiamo della seconda scelta», dice Smith.

Ciò che è “diverso” fa paura

Vediamo qualcuno con indosso un vestito trasandato e immediatamente lo cataloghiamo come “barbone”. «Non si tratta solo di un pregiudizio, ma di un meccanismo mentale che scatta per istinto di conservazione», spiega Francesconi. «Se vediamo qualcuno che non rispecchia i nostri canoni di identità, ci sentiamo minacciati. Addirittura si attiva la paura di venire “contaminati” da chi è diverso. È un istinto primordiale quello che ci porta a catalogare cose e persone e in base a questa selezione ci orientiamo nel mondo: non vogliamo circondarci di persone differenti da noi perché ciò che non ci somiglia fa paura, quindi lo valutiamo negativamente. Come al solito non esprimiamo il nostro pensiero, perché i pregiudizi e le discriminazioni sono socialmente condannati».

Innocue fantasie?

Ancora. Tradire con il pensiero capita a circa metà delle persone, sia uomini sia donne. In pochi però lo ammettono, convinti che non si tratta di un vero e proprio tradimento. Può essere un campanello d’allarme per la stabilità della coppia? «No, elaborare pensieri su un’altra persona non è il segnale che la coppia sta scoppiando», afferma Francesconi, «soprattutto se succede dopo tanti anni insieme: scatta solo il desiderio di dire basta alla monotonia o magari la necessità di nuovi stimoli in un momento di insoddisfazione. Difficilmente riveleremo al partner il “cattivo” pensiero, proprio perché siamo i primi a condannare l’atteggiamento. Si parte sempre dal principio che il nostro desiderio è quello di essere accettati e stimati dagli altri. Come possiamo aspettarci che pensino bene di noi se siamo i primi a comportarci
in modi non condivisibili?». E che dire di quando arriviamo a provare un autentico sollievo per la morte di un nostro caro? «Non si tratta di egoismo, se il pensiero fa seguito a una lunga malattia che ha implicato molto tempo trascorso ad accudire un familiare conclude Chiara Francesconi. «Il dolore c’è e rimane, ma è nella natura umana desiderare autonomia e libertà. Tuttavia, ci vergogniamo di esprimere questo pensiero di liberazione perché ci sembra crudele e magari diciamo, per riequilibrare la riflessione negativa, che il morto ha smesso di soffrire.

Crudeli? No, umani

Un ultimo caso: un uomo corre per prendere l’autobus, piove, inciampa, cade, faccia nella pozzanghera. Nulla di grave, ma ci scappa da ridere: l’istinto, vedendo qualcuno a terra ed elaborando velocemente che non è successo niente di tragico nella caduta, è prima quello di sghignazzare e poi di tendergli la mano. Crudeli? No, umani: «È l’imprevisto che ci fa ridere e cioè il fatto che stiamo assistendo a qualcosa di inaspettato in grado di sorprenderci», conclude Rouiquenz. «Si tratta di retaggi infantili», aggiunge Francesconi. «Da piccoli, la sorpresa e tutto ciò che era buffo e goffo ci portava a sorridere: un comportamento che ci è rimasto dentro anche da adulti».

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Michelle

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