Dolore? Ognuno a modo suo

Secondo la definizione correntemente adottata dall’Associazione internazionale per lo studio del dolore (IASP) e dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, il dolore fisico «è una sgradevole esperienza sensoriale ed emotiva, associata a un attuale o a un potenziale danno dei tessuti». Si tratta cli un’esperienza – molto complessa: all’aspetto fisico o somatico si unisce una componente emotiva, influenzata dalla dimensione affettiva e cognitiva cli chi prova dolore: i fattori socio-culturali, le esperienze passate, la situazione contingente, le credenze religiose, i condizionamenti sociali, persino il nostro umore e le nostre aspettative plasmano e condizionano la nostra esperienza del dolore.

La percezione del dolore: ognuno di noi ha la propria

Ecco perché pur essendo un’esperienza universale, resta sempre qualcosa di estremamente soggettivo e personale. «L’esperienza dolorosa», spiega Fabio Formagli°, neurologo e specialista di Terapia del Dolore, «è caratterizzata da due diversi aspetti: quello sensoriale, detto nocicezione, determinato dalla ricezione e dalla trasmissione di un particolare stimolo al cervello attraverso il sistema nervoso, e l’aspetto emotivo e cognitivo che si lega alle memorie passate e plasma l’esperienza soggettiva e cosciente del dolore, facendone qualcosa di così personale da essere poco quantificabile». Diversamente tolleranti «Se tocchiamo un oggetto la cui temperatura è di 43-45 °C», rispiega Fabio Formagli°, «tutti noi percepiamo una sensazione sgradevole, dolorosa. Diciamo che la soglia di percezione del dolore è più o meno la stessa in tutti gli esseri umani. Ciò che cambia è la soglia di tolleranza al dolore e, in una certa misura, anche l’intensità del dolore stesso. Una partoriente ha in genere una tolleranza elevata, un depresso o un ansioso molto bassa». Com’è facile intuire, lo stato psicologico, le credenze e le aspettative di una persona, così come il significato che si attribuisce al dolore, condizionano l’esperienza dolorosa.

Uno dei maggiori studiosi in questo campo, lo psicologo canadese Ronald Melzack, ha scritto: «Il dolore è un’esperienza personale e soggettiva, influenzata da educazione, circostanze, attenzione e da altri parametri psicologici». Un soldato in combattimento o un atleta in gara percepiscono più lievemente certi dolori acuti perché nel loro organismo aumentano le endorfine, sostanze chimiche che lavorano come analgesici naturali. D’altra parte, l’ansia, la paura e le aspettative negative accentuano l’aspetto sgradevole del dolore col risultato che lo si percepisce di più: «I catastrofisti e i pessimisti provano un dolore più intenso e più frequente rispetto a chi ha un atteggiamento positivo», sottolinea Formaglio. «Lo stato psicologico è così importante che la terapia psicologica è parte integrante nel trattamento del dolore cronico».

Effetto placebo

Molti studi hanno dimostrato che l’effetto placebo funziona davvero: «La somministrazione di falsi farmaci analgesici, privi di principi attivi, riduce l’attività nella parte del cervello che regola il dolore», spiega Paolo Grossi, responsabile della divisione di Anestesia locoregionale e Terapia del dolore del Policlinico di San Donato Milanese e del settore educativo della Società europea di anestesia regionale e terapia del dolore. Aggiunge Fabio Formaglio: «Il 30-40 per cento degli individui reagisce positivamente alla somministrazione di placebo e dichiara di avvertire meno dolore. Oggi, infine, ci sono nuove ricerche per capire quanto incidano le esperienze dolorose e traumatiche dell’infanzia nella percezione del dolore di un adulto: è probabile che i ricordi inconsci esercitino considerevole influenza».

Il peso della cultura

Molti studi hanno dimostrato che accettazione del dolore, grado di tolleranza, espressione non verbale e verbale dipendono da educazione e retroterra culturale. Fino a qualche decennio fa, nel mondo occidentale gli uomini erano sollecitati a non esprimere apertamente il dolore, mentre oggi le cose sono decisa-mente più sfumate. Culture diverse, inoltre, attribuiscono allo stesso tipo di dolore un senso e un valore diversi, basti pensare al parto; quanto alla verbalizzazione del dolore, noi italiani siamo molto espressivi e tendiamo a drammatizzare i sintomi, al contrario delle popolazioni nord-europee. In Occidente, i cristiani accettano il dolore più facilmente rispetto a un non credente, mentre in Oriente i buddhisti lo accolgono come una caratteristica intrinseca al ciclo di nascita, morte e rinascita. Poiché oggi la popolazione in Italia e in Europa è sempre più eterogenea per via dell’intenso flusso migratorio, di quest’ampia variabilità culturale, medici e infermieri devono tener conto nella somministrazione d’una terapia del dolore.

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Michelle

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