Che lavoro fa un architetto?

Che lavoro fa un architetto?

L’architetto è il progettista, il disegnatore e realizzatore — nel senso che dirige ed è responsabile dei lavori di cantiere — di edifici o di opere murarie di qualsivoglia destinazione, ma sempre di una certa entità.

La posizione nei confronti dei committenti e degli appaltatori e la preparazione tecnica dell’architetto hanno variato presso le varie civiltà, influendo anche sul tipo di architettura.

Gli architetti nell’antichità

Nell’antico Egitto l’architetto è generalmente un alto dignitario sacerdotale, che non ha concorrenze e che fruisce di imponenti quantità di mano d’opera: da ciò la minima evoluzione delle forme e la grandiosità delle opere architettoniche egiziane. In Grecia, ai tempi dell’epopea di Omero, non esistevano che tectones. Solo in seguito, la necessaria distinzione gerarchica portò appunto al termine architecton. Presso i Greci gli architetti dovevano possedere, oltre alla competenza specifica, una vasta cultura scientifica, letteraria e filosofica. Anche a Roma, stando agli scritti di Vitruvio, di Quintiliano ed agli editti di Costantino, esistevano esigenze analoghe. Ciononostante molti eludevano tali regole e, avendo la sola pratica costruttiva imparata direttamente sulle fabbriche, usurpavano la qualifica; d’altronde non emergevano e divenivano al massimo buoni artigiani. La voce architetti aveva però nell’antichità un significato generico e cosi vennero chiamati — ad esempio — tanto Ictino che edificò il Partenone, quanto Mandrocle da Samo che, gettando un ponte di barche sul Bosforo, compi un’opera di ingegneria militare.

Architetti erano pure i costruttori di arsenali, opere idrauliche, navi, ordigni bellici. In questo senso anche Ctesibio e Archimede furono degli architetti. Ma non è il caso di parlare di indeterminatezza, perché certe opere esigono senz’altro la specializzazione ed il fatto che a Roma l’architetto, avesse titoli aggiunti, come machinator, geometra, mensor, ecc., non è che un a riprova del fatto asserito. Si trovano — è vero — eclettici che si dànno anche alla scultura o alla pittura, alla scienza o alla filosofia (ne abbiamo magnifici esempi nel nostro Rinascimento), ma non sono che eccezioni. Moltissimi furono anche scrittori e lasciarono opere inerenti alla loro materia professionale, ma la denominazione prevalse sempre per i costruttori edili. Quando ancora non si poteva parlare di un’architettura pre-ellenica, Mesopotamia ed Egitto avevano già raggiunto alti gradi perfezionamento, tanto che i loro architetti già consideravano le esigenze urbanistiche e tracciavano i piani di intere città con notevole unità con positiva nonché stilistica.

Questo grado nel mestiere fu raggiunto molto dopo in Grecia e piú tardi ancora in Roma. In quest’ultima anzi diversi fattori fanno pensare che l’architettura fosse un ufficio statale. Poiché dagli scritti dell’epoca non risultavano architetti pubblici, si pensò che a Roma e nelle province vigesse il sistema dell’appalto a privati e che lavori militari e di pubblica utilità fossero affidati all’esercito.

Ma, militari o no, gli architetti romani non furono certo degli incompetenti. I ponti, le opere fortificate, gli anfiteatri e gli acquedotti romani sono opere d’arte nel senso tecnico ed anche puramente estetico della parola. Infondata l’opinione che l’architettura romana non sarebbe esistita dal lato artistico senza gli architetti greci. Va notato innanzitutto che Roma raccolse ed elaborò la tradizione italica specie l’etrusca, fondamentalmente diversa da quella greca, che gli architetti romani usarono un materiale rivoluzionario, quale era allora il conglomerato cementizio, il quale creò problemi diversi e diverse forme e strutture.

Pur ammettendo che a Roma l’utilitarietà prevalesse, è opportuno ricordare che anche l’armonica determinazione di una pianta o uno scheletro d’edificio, è opera d’arte e non può essere considerata di fatto la profonda conoscenza dei problemi tecnico-costruttivi. Non riveste inoltre alcun valore il fatto che spesso i romani facessero riferimento, per la decorazione, agli architetti greci. Questo ha a che fare più con la storia delle corporazioni e dei collegi che, da una specializzazione spinta al massimo (e che per ciò stesso assume carattere artigiano), avranno origine. Quanto alla formazione professionale del l’architetto antico, non è il caso di parlare di scuole nel senso moderno.

La prima scuola fu paterna: in Egitto, ad esempio, s’è dato il caso d’una dinastia d’architettura ininterrotta per ventidue generazioni. Non è esclusa però una certa formazione tecnica nei templi, dato che la mansione edile era detenuta dalla casta sacerdotale. Qualcosa di analogo dovette esistere in Grecia e per la Roma monarchica e repubblicana, giova ricordarsi dei pontifice: (secondo alcuni derivati da pontes facio = costruisco ponti). Il primo documento scritto dà a Settimio Severo il merito della costituzione di scuole per professionisti, fra cui gli architetti, con provvidenze per i discepoli poveri Simile politica, ma di piú vasta portata, seguirà Costantino. Si tenga conte del fatto che agli inizi dell’impero, la professione era molto rimunerativa e i giovani vi si dedicavano spontaneamente. Solo verso la decadenza e per la conseguente deficienza di ordinazioni private, si senti il bisogno di creare centri di preparazione onde rinsanguare la categoria.

Il lavoro dell’architetto

Quanto alle mansioni, erano pressappoco quelle d’oggi: l’architetto redigeva piani e disegni che venivano affidati ad una maestranza specializzata. Questa lavorava sotto la direzione del progettista stesso. Le condizioni sociali e finanziarie degli architetti furono floridissime in Egitto. Essi avevano grandi responsabilità, ma ne ricavavano grande autorità ed onore. Anche presso gli Assiri ed i Babilonesi godettero di alta stima, sebbene in misura minore. Presso i Greci. quella d’architetto fu una professione privilegiata e così fu anche presso i Romani, sebbene ad essa potessero accedere anche i liberti. Naturalmente bisogna tener presente la grande disparità di valore da individuo a individuo. Selezione naturale, che stabilisce le gerarchie in censo e fama, ancora oggi.

Nel Medioevo la tradizione romana emigra in Oriente. Nel mondo occidentale, dalle oscurità del periodo barbarico emergono le libere unioni di muratori che, forti della propria pratica sperimentale, lavorano —per le opere minori — senza un direttore tecnico. I maggiori committenti, gli ecclesiastici, che vorrebbero tradurre in architettura concetti mistici e liturgici, i teorici eccessivi che, come Villard de Honnecourt, si perdono in astratte simbologie geometriche, la discontinuità dei lavori che per ragioni economiche si protraevano a lungo, le maestranze d’artefici che interveniva-no personalmente nell’opera dando caratteri individuali alle forme ed agli schemi tradizionali, giustificano la grande varietà architettonica medievale.

Ma nei maggiori lavori la figura dell’architetto ritorna e prevale: gli organici capolavori del romanico e del gotico non sono dovuti al casuale armonizzarsi di varie capacità anonime, ma rivelano la mente del maestro che riunisce in sé scienza ed arte, cognizioni tecniche e cultura enciclopedica. E, per l’Italia, possiamo fare i nomi di Lanfranco, di Rainaldo, di Arnolfo, di Giotto, dell’Orcagna, del Carnevale, del Maitani, ecc. Nel Quattrocento il fervore creativo che porterà al Rinascimento, accentua la differenza fra artista ed artigiano, fra architetto e capomastro.

Durante questo secolo i pochi sommi provengono da altre arti o mestieri: L. B. Alberti era un nobile, Brunellesco un orafo, Bramante un pittore e i Sangallo dei carpentieri, ma tutti avevano completato sui cantieri i loro personali studi teorici, artistici e letterari. Questi artisti sono circondati dalla massa dei minori e dei mestieranti, per cui l’architettura si sviluppa lungo due direttive distinte: da un lato i maestri con la loro ricerca dell’effetto d’insieme, della proporzione classica preludente al Rinascimento; dall’altro i minori che si limitano a rivestire di eleganti ornati forme ibride o arretrate.

L’architetto moderno

Nel Cinquecento l’architetto trionfa: immagina, disegna, dirige. La fabbrica è opera interamente sua ed è circondato non solo da maestranze e capimastri, ma anche da aiutanti di concetto, che calcolano per lui le strutture minori e compiono il lavoro d’ordine nei disegni e nella sorveglianza degli operai. Nasce così la tendenza a vedere nell’architetto colui che presiede alla sola parte artistica ed ornamentale dell’opera. L’architettura italiana di questo secolo acquista carattere unitario, elevandosi a stile nazionale e varcando le Alpi per lanciarsi alla conquista dell’Europa.

La decorazione, i quadri e le statue divengono opera a parte, l’architettura proponendosi principalmente la ricerca della forma ritmica perfetta, della e divina proporzione. Questa fisionomia monocratica dell’A. rinascimentale si proietta anche nei due secoli successivi col Bernini, col Borromini, con lo Iuvara, col Vanvitelli. Non solo, ma l’architetto si impadronisce dei segreti meccanico-idraulici, si occupa dell’aspetto degli interni, studia le sistemazioni urbanistiche e, col barocco, tenta di trasferire i vecchi schemi statici nella dinamica spaziale.

A tutto questo allargarsi dell’orizzonte tecnico deve corrispondere una maggior preparazione specifica, si sente il bisogno di una scuola positiva. Ed ecco l’accademia di S. Luca a Roma, quella Clementina a Bologna e l’Académie d’architecture in Francia. Compaiono i primi libri di testo dei Bibbiena, di Rondelet, di Blondel. Le materie professionali vanno dalle regole meccanico-costruttive a quelle sulla resistenza dei materiali, dalla geometria alla prospettiva, allo studio degli ordini architettonici classici. Questo monopolio della scuola nella preparazione dell’architettura, diviene regola costante nel sec. XIX, dato il complicarsi dei problemi costruttivi ed il prevalere del criterio economico nella determinazione della forma e delle dimensioni di un’opera.

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