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Caso ILVA: si può davvero lavorare a qualunque costo?

Una delle tante udienze per far luce sul caso ILVA si è chiusa con il rinvio a giudizio di 44 persone e tre società: tra loro spiccano i nomi dell’ex governatore della Puglia Nichi Vendola e la famiglia Riva al completo, oltre che il presidente della provincia di Taranto in carica nel momento dei fatti Gianni Florido e Ippazio Stefano, ex sindaco di Taranto. Stando a quanto deciso dal giudice, si è reso necessario rinviare a giudizio per ché tutti, in base al ruolo svolto, hanno responsabilità sui disastri causati dal colosso ILVA. Il patron storico dell’ILVA, invece, è deceduto lo scorso anno e sono ora indagati i suoi figli.

L’udienza preliminare ed il rinvio a giudizio

L’accusa mossa all’ILVA è quella di aver immesso nell’aria e nell’ambiente quantità enormi di gas inquinanti e di sostanze nocive, che hanno causato morte e malattie mortali o incurabili negli abitanti e nei lavoratori tarantini, con gravi ripercussioni anche sui bambini, nati con gravi malformazioni. Non è un caso che in questo fazzoletto di Puglia ci sia una delle più elevate concentrazioni di tumori infantili d’Italia.

Con la conclusione di questo primo e doveroso atto, il processo ILVA vero e proprio prenderà il via il 20 ottobre: ambiente svenduto è il nome che lo definisce, con riferimento ai gravissimi danni causati a Taranto e al suo territorio, ormai tristemente conosciuto per la questione ILVA.

L’udienza preliminare è stata presieduta dal giudice Vilma Gigli, che ha ritenuto opportuno, atti alla mano, rinviare tutti gli imputati a giudizio in attesa della sentenza definitiva che farà luce una volta per tutte su quanto avvenuto in quegli stabilimenti di morte, amati e odiati dai tarantini.

Le accuse e i capi di imputazione degli imputati

Con la pesante accusa di associazione a delinquere finalizzata al controllo dell’emissione degli emendamenti legislativi in favore del gruppo ILVA per far proseguire alla stessa l’attività illegale e potenzialmente dannosa per cui erano stati chiesti provvedimenti d’urgenza, sono finiti sotto processo i due figli del patron Riva, il direttore dello stabilimento in carica nel periodo di riferimento, Luigi Capogrosso e con lui Girolamo Archinà, al tempo dei fatto impiegato come responsabile delle relazioni esterne. Non è esente dall’accusa nemmeno il legale di fiducia della famiglia Riva, Franco Perli, che stando all’accusa avrebbe avuto un ruolo decisivo nello svolgimento delle pratiche burocratiche illegali per proseguire nell’attività di danneggiamento ambientale.

Un’altra figura chiave del gruppo ILVA a essere finita nel mirino della Procura è il governo ombra dell’industria, un gruppo di sei persone che aveva il compito di svolgere le principali operazioni industriali dietro la solida copertura di un gruppo amministrativo noto e ufficiale.

Le manovre attuate da questo manipolo di dirigenti e professionisti avrebbero consentito all’ILVA di continuare nella sua attività in maniera quasi indisturbata: hanno ignorato gli allarmi provenienti dalle associazioni ambientali e le interpellanze parlamentari, nonché la richiesta di chiusura per favorire i controlli causando quello che oggi è conosciuto come il disastro dell’ILVA, che ha avvelenato per i prossimi secoli il territorio tarantino.

Nel mucchio di indagati è finito perfino un consulente della Procura di Taranto, Lorenzo Liberti, con la grave accusa di corruzione in atti giudiziari: in questo caso pare che la famiglia Riva abbia versato una mazzetta di 10.000 euro i n favore del pubblico ufficiale per la redazione di una relazione non veritiera sulla reale entità del danno causato dall’ILVA e sulla perizia dei suoi impianti.

La posizione di Nichi Vendola

Si rivela particolarmente delicata anche la posizione di Nichi Vendola: l’ex governatore della Regione Puglia, infatti, è accusato di concussione aggravata e favoreggiamento per l’atteggiamento tenuto nei confronti dei dirigenti dell’Arpa che, a suo dire, stavano tenendo un comportamento eccessivamente severo con l’ILVA, quando ne denunciavano la pericolosità e i danni causati all’ambiente.

Immediatamente dopo la comunicazione del rinvio a giudizio, Vendola ha espresso tramite un comunicato stampa le sue sensazioni sulla vicenda, dicendosi deluso del rinvio a giudizio visto che gli atti e i documenti raccolti negli anni denotano il suo impegno contro la minaccia dell’ILVA, ma ha detto di avere la coscienza tranquilla per l’inizio del processo, sicuro che la verità lo porterà al proscioglimento da tutti i capi di accusa che lo vedono coinvolto in questa triste, e vergognosa pagina di storia industriale italiana.

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Michelle

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