Anche i robots pagheranno le tasse

Anche i robot pagheranno le tasse

Lo stabilisce il Parlamento europeo, impegnato a stilare una carta di diritti e doveri che gli automi dovranno rispettare. Come ogni comune cittadino, anche loro avranno un documento d’identità e saranno tenuti a rifondere eventuali danni al celebre mostro di Frankenstein ideato da Mary Shelley alla statua animata da Pigmalione, dal Golem di Praga ai lavoratori sintetici di Karel Capek, il drammaturgo ceco che ha coniato la parola “robot”: sono tutti gli esempi citati nel primo paragrafo di una proposta appena presentata al Parlamento europeo dalla deputata Mady Delvaux, membro del partito operaio socialista lussemburghese. Il testo parte dalla constatazione che i robot sono sempre più presenti nella vita di tutti i giorni dei cittadini e delle aziende europee e si preoccupa di definirne in un documento i diritti e i doveri, tenuto conto che con la loro “personalità elettronica” sono destinati a cambiare molti degli ambiti nei quali troveranno impiego.

Del resto, già oggi gli esempi non mancano. C‘è il piccolo Neo che insegna matematica e informatica agli alunni della scuola secondaria ed è già attivo in diverse classi degli Stati Uniti. C’è il barman bionico che a bordo della nave da crociera Royal Caribbean prepara drink shakerandoli senza far cadere nemmeno una goccia. E c’è l’umanoide giapponese Hatsune Miku, dotato di voce sintetizzata al computer, che vanta già diverse apparizioni teatrali.
Macchine come queste in futuro potranno diventare sempre più indipendenti e più forti di noi umani, dotati come sono di un’intelligenza artificiale capace in molti campi di superare le nostre capacità e metterci in svantaggio. Ma, come sosteneva lo scrittore e scienziato britannico Arthur C. Clarke, «che siamo fatti di carbonio o di silicio, non ha importanza: ciascuno di noi dev’essere trattato col giusto rispetto».

Questione di status<7h2>

Anche se per ora questo scenario può sembrare fantascientifico, l’Unione Europea si sta domandando se sia opportuno o no iniziare a definire uno status giuridico per le macchine intelligenti del futuro. A pensarci per primo, nel 1942, era stato lo scrittore di fantascienza Isaac Asimov che nel suo racconto Gimtondo aveva enunciato le sue celebri Leggi della Robotica: tre semplici regole, inserite nel cervello positronico delle creature cibernetiche, destinate a regolare tutte le loro azioni. Anche oggi i programmatori le tengono in considerazione: secondo alcuni, infatti, il primo vero “robo-sapiens” sarà quello che per primo avrà la capacità di obbedire alle tre leggi, formalizzate nel suo software di base. Tuttavia, la proposta presentata al Parlamento europeo ne propone una quarta, che doterà i robot di “personalità elettronica”: dovranno essere registrati, muniti cii una speciale carta d’identità e pagare per i danni che causano. La bozza di legge suggerisce anche cii imporre una tassa sui robot per arricchire il sistema previdenziale privato di tanti lavoratori umani. Ogni cittadino che impiega degli automi dovrà segnalarli allo stato, indicando anche quanto risparmia in contributi grazie alla sostituzione dei lavoratori in carne e ossa con quelli in acciaio e silicio.

Come noi?

La crescente autonomia dei robot solleva anche la questione della loro classificazione: se siano cioè da considerare alla stregua di persone fisiche, persone giuridiche o oggetti, o se vada creata una nuova categoria con caratteristiche specifiche. Sostenitore di una regolamentazione nel campo della robotica è l’imprenditore sudafricano Elon Musk. Dopo essersi più volte pronunciato sui rischi per la nostra sicurezza dovuti allo sviluppo di macchine robotiche destinate alla guerra, ha appena creato da OpenAl, una società senza fini di lucro finanziata con un miliardo di dollari per promuovere ricerche sul fronte dell’intelligenza artificiale a vantaggio dell’intera umanità.

OpenAl si avvale di progettisti e ingegneri pronti a misurarsi con una delle principali e storiche sfide della robotica: la creazione di algoritmi che permettano ai robot di eseguire istruzioni complesse, di chiedere chiarimenti se una richiesta è ambigua e di comprendere un documento di testo in modo autonomo. Il primo obiettivo di OpenAl è la realizzazione di un robot che farebbe la felicità di tante famiglie: un collaboratore tuttofare in grado di svolgere varie faccende domestiche. Il progetto dovrà essere un banco di prova per la futura realizzazione di androidi in grado di sollevare l’uomo

II lavoro in pericolo

L’impatto dei robot sulla società solleva un’altra importante questione, sulla quale l’economia mondiale non è preparata: l’impatto sui posti di lavoro dell’uomo. Nessuno può prevedere con esattezza quanta manodopera verrà assorbita dall’automazione e in quale proporzione rispetto ai nuovi lavori creati dalla tecnologia medesima. Ma il pericolo c’è e preoccupa molti. Lo dimostra un recente sondaggio condotto dal Pew Research Center di Washington, che fornisce informazioni su problemi sociali, opinione pubblica, andamenti demografici negli Usa e nel mondo, secondo il quale due terzi degli americani immaginano che, entro i prossimi 50 anni, gran parte delle occupazioni attualmente svolte da esseri umani finiranno per essere assegnate a computer e intelligenze artificiali.

Per due ricercatori di Oxford, Carl Benedikt Frey e Michael A. Osborne, il 47 per cento dei lavori negli Usa è già a rischio di essere sostituito da una macchina. A questa percentuale, precisa l’istituto di ricerca economica McKinsey, si potrebbe aggiungere un ulteriore 13 per cento quando le macchine diventeranno capaci di “comprendere” e processare davvero il linguaggio naturale. Per l’Europa, poi, le percentuali ottenute rielaborando quei dati sono perfino più elevate. «Se le macchine sanno fare tutto», si è chiesto l’informatico Moshe Vardi della Rice University, «che cosa resta agli umani?»

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Michelle

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